L’immaginario collettivo tende a dipingere il professionista cinofilo con un’aureola di gioia, costantemente circondato da code scodinzolanti e felicità a quattro zampe. “Uuuh che bello! Lavori con i cagnolini! Chissà che gioia ogni giorno!”, è la frase che probabilmente sentiamo più spesso, un’espressione benevola che però sfiora la superficie di una realtà professionale ben più complessa e impegnativa. Se da un lato è innegabile l’amore profondo per gli animali e la soddisfazione derivante dall’aiutarli, dall’altro lato, la vita lavorativa di qualsiasi professione cinofila è costellata di sfide emotive significative, che possono esporre seriamente al rischio di burnout.


Il mito del “lavoro gioioso” svanisce rapidamente non appena si entra nel vivo della professione. Il professionista cinofilo è, spesso, se non addirittura costantemente, esposto alla sofferenza dei soggetti a quattro zampe, una sofferenza che può essere tanto fisica quanto mentale.
Pensiamo, ad esempio, a coloro che dedicano le loro giornate a lavorare con cani affetti da problemi comportamentali gravi: aggressività, ansia da separazione distruttiva, fobie paralizzanti. Ogni sessione di lavoro può essere un confronto con il disagio profondo di un essere vivente che non riesce a comunicare il proprio malessere se non attraverso reazioni estreme. Allo stesso modo, chi opera nei rifugi o si fa carico di storie di animali maltrattati o abbandonati, si trova ad assorbire il trauma e il dolore lasciati dall’incuria o dalla violenza umana.
Ma ancora un caro pensiero da parte nostra va a tutti i medici veterinari che sono spesso esposti a continue sofferenze.
Per non parlare di tutte le difficoltà derivanti dal lavorare con gli umani dei quattro zampe, che non sempre sono disposti a mettersi in gioco veramente con e per il loro cane.
Il peso della relazione con gli “umani” dei cani può diventare intollerabile. Il professionista deve gestire le aspettative (spesso irrealistiche), le frustrazioni, le resistenze e talvolta i giudizi dei proprietari, amplificando ulteriormente il livello di stress interpersonale. L’impegno non finisce con la sessione pratica; spesso si estende in un supporto psicologico e motivazionale costante al proprietario, che diventa un altro strato di responsabilità.
Il carico emotivo che deriva dalle difficili situazioni in cui è necessario l’aiuto del professionista è quindi una delle principali cause di logoramento, insieme al senso di impotenza di fronte a certe casistiche.
L’empatia, che è un requisito fondamentale per eccellere in questo campo, si trasforma nella lama a doppio taglio che, mentre permette di connettersi e aiutare, al contempo erode le risorse personali. L’accumulo di queste esperienze può portare a un senso di impotenza cronico, soprattutto quando le situazioni famigliari o di vita del cane non sono adeguate.


Il burnout, definito come una sindrome conseguente a stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo, non è una condizione riservata solo a medici o infermieri. Sì, anche chi lavora con i cani può trovarsi in questa condizione estremamente difficile.
I segnali di allarme sono chiari e non vanno ignorati:
• Esaurimento Emotivo: Sentirsi svuotati, senza più energia da dedicare ai clienti o, peggio, ai propri animali.
• Depersonalizzazione/Cinismo: Sviluppare un atteggiamento distaccato o indifferente verso il lavoro e gli animali, un meccanismo di difesa inconscio per proteggersi dal dolore.
• Ridotta Efficacia Professionale: La percezione di non riuscire più a incidere positivamente sulla vita dei cani e dei loro proprietari, minando l’autostima professionale.


Per poter continuare a essere una risorsa valida per i cani e le loro famiglie, ma anche per poter stare bene a prescindere con sé stessi, è fondamentale che i professionisti cinofili riconoscano la necessità di adottare determinate strategie. Non possiamo permetterci di fare i supereroi: un professionista esausto non sta bene con sé stesso e non è in grado di fornire il miglior aiuto possibile.
1. Impostare Limiti Sani: È cruciale definire confini netti tra la vita professionale e quella privata. Questo include stabilire orari di lavoro rigidi, limitare la disponibilità fuori orario e imparare a dire di “no” quando il proprio carico di lavoro è saturo.
2. Comunicazione e Condivisione (Fare Rete): La solitudine professionale è un fattore di rischio. È vitale comunicare e fare gruppo con colleghi fidati. Confrontarsi sulle difficoltà, condividere le storie e i pesi emotivi, e supportarsi a vicenda crea una rete di sicurezza che mitiga l’isolamento.
3. Supporto Esterno Professionale: Cercare un supporto psicologico o di supervisione può essere un passo necessario, e mai un segno di debolezza. Un terapeuta può fornire strumenti per elaborare il trauma vicario e le frustrazioni, garantendo che le risorse emotive del professionista non si esauriscano.
4. Tempo per l’Autentico Svago: Dedicare tempo ad attività completamente estranee al mondo cinofilo, che ricarichino genuinamente le energie e la mente, è essenziale per mantenere l’equilibrio.


In conclusione, la professione cinofila è una vocazione meravigliosa e appagante, ma la sua bellezza risiede anche nella sua complessità emotiva. Per poter aiutare al meglio gli altri, e in particolare i soggetti più fragili e bisognosi, è necessario sapere prima di tutto come supportare al meglio noi stessi. Riconoscere il rischio di burnout non è arrendersi, ma è il primo e più grande atto di responsabilità nei confronti dei cani e di noi stessi.
Abbiamo trattato il tema del burnout in cinofilia nel ciclo di webinar “La relazione con il proprietario” con la Dott.ssa Barbara Alessio, psicologa clinica e psicoterapeuta.
Condividi l’articolo sui tuoi social!
Comments are closed.